Cosa succede se smetto di pubblicare sui social?

Mi sono chiesta più volte se pubblicare o meno questa riflessione. Alla fine, dopo qualche lacrima e confrontandomi con Calzinomagico, ho deciso di farlo. Mio marito mi ha chiesto apertamente “perché hai bisogno di condividere questa riflessione? Non hai voglia di un po’ di intimità?”.

Il motivo della sua domanda è semplice: gli ho confidato che ultimamente mi succede una cosa strana quando penso di pubblicare un post su Instagram o Facebook. Quello che succede è questo: scelgo una foto o ne scatto una che faccia da supporto a quello che devo dire, raccolgo i pensieri per cominciare a scrivere, comincio a digitare sulla tastiera del Mac o su quella del cellulare e poi… CONTINUO PIU’ TARDI.

Ormai li ho contati: sono 12 mesi che ho una difficoltà enorme a pubblicare e condividere i miei pensieri su qualunque argomento. Ci sto ragionando da tantissimo e mi sono resa conto che c’è qualcosa che mi blocca, dei motivi che fanno accumulare post su Instagram nelle bozze, post Facebook nella mia cartella di Google Drive, bozze di post blog sul mio sito ma non solo (ci sono anche tantissimi progetti parcheggiati tra mente e cuore che sono fermi per lo stesso identico problema). Le cause di questo “blocco” sono tre.

Voglio provare a metterli nero su bianco.

Non condivido più certi valori

Sento di non condividere più la maggior parte dei valori del settore marketing e digital in Italia. Trovo che ci siamo persi così tanto nella vasca del Personal Branding da dimenticare che, alla fine, è lavoro. Attenzione, per me “non è solo lavoro”, è molto altro. Ci siamo, però, dimenticati che è comunque lavoro: veniamo pagati per offrire un servizio ad un cliente, storia personale o non storia personale.

Il web è diventato troppo un posto in cui si fanno le cose solo per farle.

Io sono sempre stata una persona insicura quindi posso capire che, per affermarsi, dire a voce alta quello che si fa per l’azienda x oppure per il cliente Y è giusto. Quello che mi spaventa è che è diventata la regola. Una vocina nel mio cervello è già pronta con il cartello “Te la stai tirando” e ha ragione: spesso penso che chi dice troppo poco fa ma, si sa, è sana invidia professionale perché c’è chi riesce a lavorare come un matto e ha anche la forza di volontà (perché si tratta di quello) e la costanza di mettersi lì a dire “ok, ho fatto questo, questo e questo”. Non critico chi lo fa – anche se può sembrare – perché conosco il valore di molte persone che condividono pubblicamente le loro to-do quotidiane e so che lo fanno perché sono contente davvero di ciò che realizzano e SONO GRATE alle relazioni (sane) che hanno costruito sul web e che gli permettono di raggiungere determinati obiettivi.

La mia perplessità (ed il mio mal di pancia) va al fatto che è diventato uno show-dont-tell a tutti i costi. E così facendo si svilisce il valore della condivisione. Ritengo, però, di non essere nessuno per giudicare chi deve e chi non deve pubblicare quindi la mia resta una riflessione a margine, come la nota di un libro.

In fondo, è anche vero che il Personal Branding e la condivisione dei piccoli traguardi è un valore imprescindibile per un freelancer o una piccola azienda. Come la mettiamo?

Forse, il vero problema è la spettacolarizzazione di ciò che facciamo il problema. O, ancora, il fatto che sembra aver perso la propria autenticità (l’originalità sta sul fondo del barattolo della Nutella).

Sono una procastinatrice seriale

Ho comprato decine di libri e sono sulla scrivania a prendere polvere. Ho letto centinaia di articoli su “come evitare di procastinare ed essere una professionista migliore” e non ho mai applicato quei consigli. Ho l’abbonamento a due distinte collezioni di contenuti on demand (tra cui GuidoseiFigo) e se ho seguito un paio di ore di corsi è anche tanto. Non perché non sia valido visto che mi hanno salvato tantissime volte! Insomma, rimando.

Rimando perché penso che tutto sia stato già detto, che il mio sarà l’ennesimo post uguale a tanti altri sul web e che nessuno mi leggerà. Povera Francesca, povera cucciola!

Sì, lo so.

Ognuno può dire la propria sul web anche se è un argomento che è già stato trattato un milione di volte perché “nessuno lo dirà mai come fai tu, con il tuo tono, il tuo stile, il tuo cervello”. Sicuramente è così ma, sinceramente, alcune volte questa libertà che il web ci ha donato vorrei sparisse, dopo aver letto certe cose. Il problema è che questo sentimento è sempre più frequente (!).

Dicevo, sono una procastinatrice perché:

  • ho paura di annoiare gli altri
  • ho paura di impegnarmi in qualcosa di mio (non sia mai funziooooniiiii)
  • ho paura di dire e fare cose che già fanno altri
  • ho paura di fallire e allora a volte è meglio star fermi.

Giuro che, da domani, cambio (!).

Me lo sono detto tantissime volte e ho capito che l’unico modo per cambiare è farlo. Nessuno può scrivere, fotografare, pensare al tuo posto. L’unico modo è alzarsi e farsi il culo. Nel web, l’unico modo per avere successo, è la costanza. Nemmeno più tanto la competenza (ormai c’è un corso anche per scegliere i corsi da frequentare) ma la costanza. Devo chiamare il tatuatore per il 13esimo tatuaggio: “costanza, rule of life”. Ci sta!

Chi vende non potendo vendere

In questo punto qui, tra la vena occipitale ed il muro, c’è un motivo con un sacco di rabbia.

Ho rabbia da vendere sulla questione “gente che mi spiega come vendere online, come fare un business in modo etico e come relazionarmi con i clienti” e poi manco c’ha la partita iva o, comunque, non emette nemmeno una ritenuta d’acconto (ne parlava giusto qualche giorno fa Wonder Glitter su Instagram, qui trovi il post con le sue riflessioni).

Io capisco che fa paura, che è più facile evadere, che è più semplice mantenere i prezzi bassi senza sfornare fatture e dintorni ma non è corretto. Non c’è un motivo preciso, per questa rabbia se non, forse, la sana invidia nel dire “loro ci riescono ed io no?”. Eppure. Si fanno un sacco di giochetti poco etici.

Senza partita IVA o, almeno, una ritenuta d’acconto non si tratta di un lavoro, di un hobby.

Mi arrabbio ancora di più quando, chi non ha nemmeno uno straccio di eticità e di tracciabilità dei pagamenti, si innalza sul piedistallo della ragione del saper comunicare e del farlo in modo corretto. Un esempio sono i loghi in serie, tutti uguali; un altro sono gli info prodotti copiati da Pinterest e dalle blogger americane e potrei continuare fino a domani ma a chi e a cosa servirebbe? Proprio a nulla.

E allora, mi tengo la mia rabbia? No, mi giro dall’altra parte ma il sangue amaro resta. Purtroppo è così.

Insomma, ecco perché ultimamente stare online è diventato così difficile: siamo arrivati in un momento in cui la forma è più importante del contenuto, dove puoi accumulare personaggi del web come figurine e da una comunicazione urlata.

Bene, io voglio essere utile e necessaria senza urlare.

Da oggi, come dice qualcuno, avanti così.

Tu cosa ne pensi?